Pubblicato da: stefania | 2014/09/27

CARAVAGGIO a Roma: dove trovare i suoi capolavori! CARAVAGGIO in Rome: where to find all his masterpieces!

CARAVAGGIO a ROMA/ CARAVAGGIO in ROME

Dove trovare tutte le opere di MICHELANGELO MERISI detto il CARAVAGGIO in giro per ROMA (fonte LiveRomeGuide)

Where to find all MICHELANGELO MERISI known as CARAVAGGIO masterpieces while in ROME (source: LiveRomeGuide)

  • Bacchino malato 1593-1594 Olio su tela 67 × 53 cm    Galleria Borghese
  • Fanciullo con canestro di frutta 1593-1594 Olio su tela 70 × 67 cm    Galleria Borghese
  • Buona ventura tra il 1593 ed il 1595 Olio su tela 115 × 150 cm    Pinacoteca Capitolina
  • Maddalena penitente 1594-1595 Olio su tela 122,5 × 98,5 cm    Galleria Doria Pamphilj
  • San Francesco in meditazione 1595 circa    Olio su tela 128 × 97 cm    Galleria Nazionale d’Arte Antica
  • Riposo durante la fuga in Egitto 1595-1596 Olio su tela 133,5 x 166,5 cm    Galleria Doria Pamphilj
  • Giove, Nettuno e Plutone 1597 circa    Olio su muro    300 × 180 cm    Villa Ludovisi
  • Narciso tra il 1597 e il 1599 Olio su tela 112 × 92 cm    Galleria Nazionale d’Arte Antica
  • Giuditta e Oloferne 1599 Olio su tela 145 × 195 cm    Galleria Nazionale d’Arte Antica
  • Vocazione di San Matteo 1599-1600 Olio su tela 322 × 340 cm    Chiesa di San Luigi dei francesi
  • Martirio di San Matteo 1600-1601 Olio su tela 323 × 343 cm    Chiesa di San Luigi dei francesi
  • Conversione di San Paolo 1600-1601 Olio su tavola di cipresso 237 × 189 cm    Collezione privata Odescalchi Balbi
  • Crocefissione di San Pietro 1600-1601 Olio su tela 230 × 175 cm    Basilica di Santa Maria del Popolo
  • Conversione di San Paolo 1600-1601 Olio su tela 230 x 175 cm    Basilica di Santa Maria del Popolo
  • San Matteo e l’angelo 1602 Olio su tela 295 × 195 cm    San Luigi dei Francesi
  • San Giovanni Battista 1602 Olio su tela 129 × 94 cm    Pinacoteca Capitolina
  • San Giovanni Battista 1602 Olio su tela 129 × 94 cm    Galleria Doria Pamphilj Tela analoga per composizione e dimensione a quella della Pinacoteca Capitolina (sempre di Roma e sempre del 1602).
  • San Giovanni Battista 1604 circa    Olio su tela 94 × 131 cm    Galleria di Palazzo Corsini Quinta versione rispetto a quella del 1598 di Toledo.
  • San Francesco in preghiera 1605 Olio su tela 128 × 97 cm    Chiesa di Santa Maria Immacolata a via Veneto
  • San Gerolamo scrivente 1605 circa    Olio su tela 112 × 157 cm    Galleria Borghese
  • Madonna col Bambino e Sant’Anna 1605 Olio su tela 292 × 211 cm   Galleria Borghese
  • Madonna dei Pellegrini (Madonna di Loreto) tra il 1604 e il 1606 Olio su tela 260 × 150 cm    Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio
  • Ritratto di Papa Paolo V 1605-1606 Olio su tela 203 × 119 cm    Galleria Borghese
  • Maria Maddalena in estasi 1606 Olio su tela 106,5 × 91 cm    Collezione privata
  • Davide con la testa di Golia 1609-1610 Olio su tela 125 × 101 cm    Galleria Borghese
  • San Giovanni Battista 1610 circa    Olio su tela 159 × 124 cm    Galleria Borghese
  • Deposizione di Cristo tra il 1602 e il 1604 Olio su tela 300 × 203 cm Pinacoteca Vaticana

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QUALCHE NOTA BIOGRAFICA CON PARTICOLARE ATTENZIONE AGLI ANNI IN CUI VISSE E DIPINSE A ROMA

A LITTLE BIOGRAPHY WITH PARTICULAR ATTENTION TO CARAVAGGIO’S YEARS IN ROME (life and work)

(fonte/source: WIKIPEDIA)

Michelangelo Merisi (o Amerighi), noto come il Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571Porto Ercole, 18 luglio 1610) è stato un pittore italiano. Formatosi tra Milano e Venezia ed attivo a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610, è uno dei più celebri pittori italiani di tutti i tempi, dalla fama universale. I suoi dipinti, che combinano un’analisi dello stato umano, sia fisico che emotivo, con un drammatico uso della luce, hanno avuto una forte influenza formativa sulla pittura barocca.

Di animo particolarmente irrequieto, affrontò diverse vicissitudini durante la sua breve esistenza. Data cruciale per l’arte e la vita di Merisi fu quella del 28 maggio 1606, a partire dalla quale, essendosi reso responsabile di un omicidio durante una rissa e condannato a morte per lo stesso, dovette vivere in costante fuga per scampare alla pena capitale.

Il suo stile influenzò direttamente o indirettamente la pittura dei secoli successivi costituendo un filone di seguaci racchiusi nella corrente del caravaggismo.

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I successi a Roma (15941606)

La sua presenza a Roma nel periodo dal 1592 al 1593 non è sostenuta da fonti storiche certe, tuttavia sappiamo che nel 1594 è sicuramente ospite di monsignor Pandolfo Pucci da Recanati, da lui soprannominato monsignor Insalata, dall’unico alimento di vitto che gli forniva. Ha inoltre rapporti artistici, più o meno fugaci, con degli altri pittori locali. Dapprima presso il siciliano Lorenzo Carli, autore di opere destinate alle fasce più modeste del mercato, poi ha un breve sodalizio con Antiveduto Gramatica e, infine, frequenta per alcuni mesi la bottega di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino.[17][18] Successivamente, per una malattia, viene ricoverato all’ospedale della Consolazione e, a causa di questo evento, interrompe il rapporto con il Cesari.Durante queste esperienze probabilmente Caravaggio viene impiegato come esecutore di nature morte e di parti decorative di opere più complesse, ma, in merito, non si ha nessuna testimonianza certa. Un’ipotesi, priva in ogni caso di riscontro documentale, è che Caravaggio possa aver realizzato i festoni decorativi della cappella Olgiati, nella basilica di Santa Prassede a Roma, cappella affrescata dal cavalier d’Arpino.

Le opere romane dal 1599 in poi

Nel 1599 Caravaggio, grazie all’aiuto del cardinale Francesco Maria del Monte, ricevette la prima commissione pubblica per tre grandi tele da collocare all’interno della cappella Contarelli nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma.I dipinti che Caravaggio doveva realizzare riguardavano degli episodi tratti dalla vita di san Matteo: la Vocazione ed il Martirio.

In meno di un anno il pittore concluse le due opere che gli aprirono il successo pubblico, così che ebbe immediatamente altri importanti incarichi. Dapprima da parte del commerciante Fabio Nuti, per un quadro che è stato identificato nella Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Palermo, a lungo ritenuta dipinta in Sicilia nel 1609.Quindi, per la basilica di Santa Maria del Popolo. Per ordine del monsignor Tiberio Cerasi, che aveva acquistato una cappella in questa chiesa, gli vennero commissionati due dipinti: la Crocefissione di san Pietro e la Conversione di san Paolo. Contemporaneamente gli fu chiesta la realizzazione di una terza tela per la chiesa di San Luigi dei Francesi: San Matteo e l’angelo. Il pittore, nonostante conoscesse bene il gusto estetico dei suoi committenti, scelse dei soggetti popolari, che esprimessero in una dimensione reale e drammatica lo svolgersi degli eventi, rappresentando così i valori spirituali della corrente pauperista all’interno della chiesa cattolica.

La prima versione del San Matteo e l’angelo, distrutta in Germania durante la seconda guerra mondiale, fu rifiutata, almeno a detta del pittore e biografo Giovanni Baglione. Questa notizia, ritenuta attendibile fino a tutto il XX secolo, è stata smentita da Luigi Spezzaferro nel 2000. L’insigne studioso ha dimostrato che la prima versione del San Matteo e l’angelo non era altro che una pala d’altare provvisoria, da collocare temporaneamente nella Cappella in attesa che vi terminassero i lavori. La tela provvisoria non solo dava la possibilità ai religiosi di officiare la messa in un ambiente più decoroso, ma offriva a Caravaggio la possibilità di mettere in mostra le sue capacità, con la speranza di ricevere – come poi avvenne – la commissione delle tele, oggi note come il Ciclo di San Matteo. Quando a Caravaggio venne affidata la decorazione definitiva della Cappella Contarelli, la prima versione del San Matteo e l’angelo venne rimpiazzata dall’attuale tuttora in loco. Nel caso del San Matteo e l’angelo, dunque, non si trattò di un rifiuto ma di una sostituzione già prevista. L’informazione fornita da Giovanni Baglione non è quindi altro che una “malignità” da attribuire alla ben nota rivalità esistente tra Merisi e lo stesso Baglione, per la quale si rimanda alla bibliografia in nota. L’episodio del presunto rifiuto del San Matteo e l’angelo, narrato anche da Bellori, coinvolge anche un altro importante protettore di Caravaggio, il Marchese Vincenzo Giustiniani (1564-1637).

Il marchese Giustiniani era un ricco banchiere genovese nell’orbita della corte pontificia (oltre che vicino di casa del cardinal Del Monte, visto che aveva sede in palazzo Giustiniani a Roma con il fratello cardinal Benedetto Giustiniani) e fu protettore di Caravaggio per molti anni; collezionò moltissime delle sue opere e contribuì moltissimo alla formazione culturale del pittore. In più di un’occasione, grazie alle sue ramificate influenze, riuscì a salvare l’artista dalle gravose questioni legali nelle quali era spesso implicato per colpa della sua indole aggressiva.

Un’altra opera comunemente ed erroneamente ritenuta rifiutata è la prima versione della Conversione di San Paolo, dipinta su legno di cipresso per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. Come dimostrato da Luigi Spezzaferro, la pala non fu rifiutata ma sostituita con l’attuale in seguito a nuovi accordi intervenuti tra l’artista e gli eredi del committente Tiberio Cerasi.

Nel caso invece della Morte della Vergine, commissionata per la chiesa di Santa Maria della Scala a Roma, si trattò senza ombra di dubbio di un rifiuto.La figura della Vergine, rappresentata con il ventre gonfio e con le caviglie e i piedi in vista, fu ritenuta indecente dai Carmelitani Scalzi che di conseguenza rifiutarono il dipinto. Oltre alla posa indecorosa, Baglione e Bellori scrivono che la Vergine era stata raffigurata addirittura come “morta gonfia”.

Dunque, piuttosto che una morte per annegamento, il ventre gonfio suggeriva una gravidanza che, ovviamente, rendeva questa raffigurazione della Vergine ancora più scandalosa. L’opera di Caravaggio fu quindi rimossa e sostituita da un dipinto eseguito da Carlo Saraceni (1579-1620), raffigurante lo stesso soggetto. Nonostante il rifiuto dei Carmelitani Scalzi, la tela di Merisi fu immediatamente notata (e apprezzata) da Pieter Paul Rubens (1577-1640), celebre pittore fiammingo che all’epoca si trovava in Italia, al servizio di Vincenzo I Gonzaga (1562-1612) in qualità di pittore di corte. Rubens, che aveva anche l’incarico di arricchire la collezione del Duca di Mantova, suggerì a Vincenzo I di acquistare la Morte della Vergine per la considerevole cifra di 300 scudi. Il dipinto, che fu acquistato da Rubens tra il febbraio e l’aprile del 1607, entrò così a far parte della ricchissima quadreria dei Gonzaga. In seguito ai dissesti finanziari del casato dei Gonzaga, il duca Vincenzo II (quartogenito di Vincenzo I ed erede del titolo ducale a causa della morte degli altri fratelli) dovette svendere l’eccezionale collezione di famiglia. Parte di essa fu acquistata da Carlo I d’Inghilterra e fu così che la Morte della Vergine di Caravaggio lasciò l’Italia. In seguito alla morte per decapitazione di Carlo I, i dipinti della collezione Gonzaga furono acquistati dal finanziere e collezionista Everard Jabach e successivamente da Luigi XIV. Il dipinto di Caravaggio arrivò così a Parigi, dove si trova tuttora (Musée du Louvre, Galerie des Italiens).

(…)

I guai con la legge

Durante il soggiorno presso palazzo Madama, dimora del cardinal Del Monte, Merisi si rese protagonista di un episodio spiacevole il 28 novembre del 1600: malmenò e percosse con un bastone Girolamo Stampa da Montepulciano, un nobile ospite del prelato: ne seguì una denuncia. In seguito gli episodi di risse, violenze e schiamazzi andarono via via aumentando; spesso il pittore venne arrestato e condotto presso le carceri di Tor di Nona.

Non sarebbe comunque stato il primo guaio con la legge per il turbolento artista. Giovanni Pietro Bellori (uno dei suoi primi biografi) sostiene che, intorno al 15901592, Caravaggio, già distintosi per risse tra bande di giovinastri, avrebbe commesso un omicidio a causa del quale era fuggito da Milano prima per Venezia (dove studiò la pittura locale, in particolar modo Giorgione) e poi per Roma. Il suo trasferimento nella città papale non sarebbe stato, dunque, una meta prefissata, ma la conseguenza di una fuga.

Nel 1602 dipinge la Cattura di Cristo e Amor vincit omnia. Nel 1603 fu processato per la diffamazione di un altro pittore, Giovanni Baglione, che querelò sia Caravaggio sia i suoi seguaci Orazio Gentileschi e Onorio Longhi, colpevoli di aver scritto rime offensive nei suoi confronti. Grazie all’intervento dell’ambasciatore francese, Merisi, condannato al processo, venne liberato e trasferito agli arresti domiciliari, seppur per poco (in precedenza, aveva scontato già un mese di carcere a Tor di Nona).

Tra il maggio e l’ottobre del 1604 il pittore fu arrestato varie volte per possesso d’armi abusivo e ingiurie alle guardie cittadine; inoltre, fu querelato da un garzone d’osteria per avergli tirato in faccia un piatto di carciofi.

Nel 1605 fu costretto a scappare a Genova per circa tre settimane, dopo aver ferito gravemente un notaio, Mariano Pasqualone da Accumuli, a causa di una donna: Lena, l’amante di Caravaggio.L’intervento dei protettori dell’artista riuscì ad insabbiare l’accaduto anche se, al ritorno a Roma, il pittore venne querelato da Prudenzia Bruni, sua padrona di casa, per non aver pagato l’affitto; per ripicca, Merisi prese nottetempo a sassate la sua finestra, finendo nuovamente querelato. Nel novembre dello stesso anno, il pittore risulta degente per una ferita, che dice di essersi procurato da solo, cadendo sulla propria spada.

Il fatto più grave però si svolse a Campo Marzio, la sera del 28 maggio 1606: a causa di una discussione causata da un fallo nel gioco della pallacorda (una sorta di tennis) il pittore venne ferito e, a sua volta, ferì mortalmente il rivale, Ranuccio Tomassoni da Terni, con il quale aveva avuto già in precedenza delle discussioni spesso sfociate in risse. Anche questa volta c’era di mezzo una donna, Fillide Melandroni, le cui grazie erano contese da entrambi. Probabilmente dietro l’assassinio di Ranuccio c’erano anche questioni economiche, forse qualche debito di gioco non pagato dal pittore o addirittura politiche: la famiglia Tomassoni infatti era notoriamente filo-spagnola, mentre Michelangelo Merisi era un protetto dell’ambasciatore di Francia.

Il verdetto del processo per il delitto di Campo Marzio fu severissimo: Caravaggio venne condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita da chiunque lo avesse riconosciuto per la strada. In seguito alla condanna, nei dipinti dell’artista lombardo cominciarono ossessivamente a comparire personaggi giustiziati con la testa mozzata, dove il suo macabro autoritratto prendeva spesso il posto del condannato. Degli autoritratti di come fosse effettivamente il reale volto del pittore, forse uno dei più verosimili resta quello di un fuggitivo nella sua scena del Martirio di san Matteo. Tuttavia, il ritratto più noto del Merisi rimane quello ad opera di Ottavio Leoni, che lo conobbe personalmente ma lo eseguì almeno 11 anni dopo la sua morte. Lo stesso Leoni ritrarrà anche Galileo Galilei, praticamente contemporaneo del Merisi, nel 1624; alcuni hanno riconosciuto, in quest’ultimo, una grande somiglianza con il Pilato nella celebre tela Ecce Homo di Caravaggio del 1601.

La fuga da Roma

La permanenza in città non era più possibile: ad aiutare Caravaggio a fuggire da Roma fu dunque il principe Filippo I Colonna che gli offrì asilo all’interno di uno dei suoi feudi laziali di Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano. Il nobile romano mise in atto una serie di depistaggi, grazie anche agli altri componenti della sua famiglia che testimoniarono la presenza del pittore in altre città italiane, facendo così perdere le tracce del famoso artista.

Per i Colonna Caravaggio eseguì in quel periodo diversi dipinti, su tutti la Cena in Emmaus, nella scarna versione che oggi è a Brera.

(…)

Ultimi giorni di vita

Nel frattempo, da Roma gli fu inviata la notizia che papa Paolo V stava preparando una revoca del suo bando di condanna a morte. Da Napoli quindi, dove abitava presso la marchesa Costanza Colonna nel palazzo Cellammare,si mise in viaggio nel luglio 1610 con una feluca-traghetto che settimanalmente faceva il tragitto NapoliPorto Ercole e ritorno, ma diretto segretamente allo scalo portuale di Palo di Ladispoli, sotto il feudo degli Orsini, in territorio papale, luogo distante circa 40 km da Roma. In quel feudo avrebbe atteso in tutta sicurezza il condono papale prima di ritornare, da uomo libero, nella città eterna.

L’ipotesi più certa racconterebbe che l’arrivo a Palo di Ladispoli, disatteso dalla sorveglianza costiera, ne causò il fermo per accertamenti. Tuttavia la feluca, non potendo aspettare, sbarcò il Merisi e proseguì più a nord, per Porto Ercole, dove era effettivamente diretta, portandosi dietro il bagaglio dell’artista. Quelle casse però, contenevano anche il prezzo concordato dal Merisi col cardinal Scipione Borghese per la sua definitiva libertà, consistente, in special modo, in alcune sue tele, tra cui un prezioso quadro del Battista. Il bagaglio quindi era obbligatoriamente da recuperare, poiché letteralmente vitale; la versione ufficiale affermerebbe che gli Orsini gli avrebbero offerto un’imbarcazione per raggiungere Porto Ercole, e recuperare quindi il prezioso; l’artista vi giunse, ma tuttavia, non è qui ben chiaro se la precedente feluca-traghetto stesse già ritornando a Napoli, coi suoi bagagli a bordo. Provato, e malato di febbre alta, probabilmente a causa di un’infezione intestinale trascurata, restò quindi a Porto Ercole, curato inutilmente da una confraternita locale, che il 18 luglio 1610 ne certificò la morte, avvenuta nel loro sanatorio[56] Si può qui ipotizzare che il giorno successivo, l’artista fu inoltre seppellito nella fossa comune del cimitero di San Sebastiano, ricavata nella spiaggia e riservata agli stranieri, e che oggi è il retroporto urbanizzato di Porto Ercole, dove nel 2002 è stato collocato il monumento. Di questa ipotesi dei fatti, risultata tuttavia la più verosimile, non vi è nemmeno la certezza storica se il condono papale fu effettivamente spedito qualche giorno dopo a Napoli, alla Marchesa Colonna.

Nell’occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla morte, viene data la notizia da un professore dell’Università di Napoli, Vincenzo Pacelli, esperto del Merisi, a conclusione di uno studio, coadiuvato da documenti dell’archivio di Stato e dell’Archivio Vaticano, che sposta la sua morte nella laziale riva di Palo di Ladispoli. Secondo Pacelli, il Caravaggio fu assassinato da degli emissari dei cavalieri di Malta, con il tacito assenso della Curia Romana.


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